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Giugno,andiamo. E’ tempo di…sposar!
07 giugno 2019

<<Giugno,andiamo. E’ tempo di…sposar!>>

 

Parafrasando questi versi di D’Annunzio e con l’entrata a tutti gli effetti dell’estate, non possiamo non pensare all’apertura definitiva della stagione degli sposalizi.

Tutti noi saremo stati invitati ad assistere a riti e alle celebrazioni tradizionali.

E a voi forestieri, che venite per la prima volta in Abruzzo, non sale la voglia di scoprire di cosa stiamo parlando?

Nella nostra cultura tradizionale erano diversi e molteplici i momenti che sancivano l’unione di una donna e un uomo, scanditi nelle varie fasi.

All’inizio, poichè prendere marito sembrava compito più arduo del prendere moglie, le ragazze si recavano presso i più svariati santuari, a chiedere l’intercessione divina.

Quella che maggiormente si prestava a tale pratica era la chiesa di S.anna a Montone , in una piccola frazione di Giulianova.

Le ragazze nubili erano solite rivolgersi alla Santa pronunciando questa frase <<Sand’Anne ‘mi, tre vodde te lu dìche, nun me ce fa armenì senz’ marit>>, vale a dire, “te lo chiedo tre volte, non farmi tornare nuovamente senza sposo.”

Anche le fasi del corteggiamento, come si può immaginare, erano ben diverse da quelle odierne: alcuni ricordano come  ,a causa delle gelosie paterne o fraterne, i giovani innamorati erano costretti a ritagliarsi qualche breve istante di scambio reciproco di sguardi al finire della messa, o durante i festeggiamenti nelle piazze del paese.

Tutto aveva una sua tempistica, che andava sicuramente più a “rallenty” rispetto alle moderne tecnologie.

Con l’avvicinarsi della data prescelta, iniziavano dapprima le varie preparazioni del corredo, che era solito rimanere esposto in una camera, affinchè, durante lo scambio dei regali, potesse essere ammirato -non senza un briciolo di invidia-.

Il giorno del tanto atteso matrimonio infine, veniva riposto in delle casse, ben piegato e avvolto in nastri colorati e, caricato sul dorso di un asino, scortato dietro la sposa fino alla nuova casa, dove l’avrebbe osservato meticolosamente la futura suocera.

Importante anche la scelta del corredo “prezioso”, degli ori e dei coralli che impreziosivano l’abito, che invece restava molto umile:

in un dipinto del noto pittore teramano Giovanni Melarangelo, "Sposalizio contadino" Fig 1 , emerge proprio questa volontà di far apparire la collana di corallo l’unico elemento di valore, rispetto al resto della tela.

Un elemento che troviamo, tuttavia, immutato in alcune zone montane dell’entroterra teramano, è la preparazione della stanza nuziale.

Si riteneva, o si ritiene, infatti che si sarebbero dovute occupare del giaciglio due vergini, in modo da garantire prosperità alla coppia e buon auspicio alle giovani che ,di lì a poco, avrebbero trovato marito.

Elemento invece ancora presente e di richiamo per l’intera comunità, che si tratti di invitati diretti alla cerimonia o meno, è La Partenza.

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    son passato   

    e in questa casa io mi son fermato;

    Facci’te à la finestra cara sposa

    è l’ora di partire da questa casa

    […]

    Sposina cara, sposina bella

    tu sei la stella di mamma e papà.>>

Naturalmente, ne esistono più versioni, spesso si “contaminano” fra di loro, e non esiste più una versione “pura” del canto.

Anche la scelta del compare e della commare è molto sentita, così come una volta, e non è strano che si scelga il proprio testimone porgendogli in dono un “ramietto”, un mazzolino di fiori, esattamente come si faceva nei tempi più antichi; così come è rimasta intatta l’usanza di omaggiare il proprio compare o la propria commare con un regalo, una volta accettato l’incarico che avrebbe sigillato la loro amicizia eterna.

Spesso la suocera non partecipava al pranzo nuziale, ma attendeva l’arrivo dello sposo e della sposa in casa per darle il benvenuto ed accoglierla, alla fine della giornata insieme al resto dei parenti.

In alcune zone del teramano, le suocere aspettavano la nuora con pane e sale in mano, o gettando, tra le persone che accompagnavano gli sposi, dei chicchi di grano in segno di prosperità.

Il corteo nuziale accompagnava dapprima la sposa in Chiesa, e successivamente gli sposi di ritorno a casa.

Le tele di due importanti artisti abruzzesi ,Francesco Paolo Michetti (Fig 2) e Pasquale Celommi (Fig 3),ci narrano di come fosse un momento di festa, pieno di gioia, egregiamente descritto grazie all’impiego forte di luci e colori sgargianti.

Nella Fig2, notiamo come l’asinello che avrebbe portato la sposa, è anch’esso vestito a festa, con una rete attorno al collo piena di spessi campanelli che, grazie al loro forte e costante tintinnio, avrebbero allontanato i mali presagi.

Tuttavia, il momento di festa che caratterizza la tela non si denota sul viso della giovane, che scende le scale scortata dalla madre, consapevole di fare i suoi ultimi passi da nubile.

Il momento di festa che avveniva di ritorno dalla Chiesa verso la loro nuova casa, invece, lo troviamo nella Fig 3.

Notiamo come la casa e il cortile siano gremiti di persone che suonano e cantano a festa; come la suocera, scendendo le scale, accoglie gli sposi offrendo il tipico “cumblimènte” (il complimento);lo sguardo della sposa che si abbasso in segno di rispetto, e, sul fondo, il padre di lei che si copre gli occhi commosso nel vedere la figlia iniziare una nuova vita, lontano dalla sua casa. 

Sul ritorno a casa, in un testo del noto scrittore teramano Giacinto Pannella “Usi nuziali dell’Abruzzo Teramano”,viene spiegato come la sposa non poteva toccare terra (era di solito scortata su di un mulo, o su di un cavallo)  se prima non veniva regalato al “pedone” un prosciutto, facendolo scendere con un cordino dalla finestra del casale:

[…] “La suocera circondata da parenti ed amici scende dalle scale con sul fianco una garletta piena d’oggetti domestici e invita la nuora a prenderne alcuno e a scendere di cavallo; ma il pedone non vuole cedere e fare scendere la sposa, se non vede un prosciutto scendergli per la finestra. […]

Per quanto sia ora abbandonata la maniera “casalinga” della celebrazione nuziale, non è insolito volgere nuovamente verso casa degli sposi a tarda sera, e continuare lì i festeggiamenti.

Parenti e amici si occupano di preparare la casa dei novelli sposi, e regalano vassoi di dolci tipici a tutti coloro che prendono parte alla festa, che dura tutta la notte, allietata sempre da canti e danze popolari, mortaretti e spari notturni.

 

                                                                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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